L'ombra di mio padre
"Ricordare non significa fermare il tempo, ma lasciare che il ricordo si evolva, come il dolore si trasforma in delicatezza: cosa mi ha insegnato 'My Father’s Shadow' sul ricordo"
di Joseph Jonathan, su Afrocritik
Ho guardato My Father’s Shadow di Akinola Davies Jr. con quella quiete che ti pervade quando riconosci qualcosa di te stesso che lampeggia sullo schermo. Il film non corre. Respira. Guarda. Ricorda. Nel suo ritmo silenzioso, riuscivo a sentire il dolore sommesso che permane dopo la fine di un lutto, quello di cui nessuno parla perché la vita è già andata avanti. La storia, narrata attraverso frammenti di immagini e sensazioni, non parla solo di padri. Racconta degli echi che si lasciano dietro, di come la loro presenza ci plasmi a lungo dopo che se ne sono andati, di come la loro assenza diventi una sorta di eredità.
Sono passati diciassette anni da quando ho perso mio padre, e ci sono ancora mattine in cui la sua voce mi sembra vicina, come se fosse stata ad aspettarmi dietro il sottile muro tra memoria e sogno. Non ricordo più il suono della sua risata nella sua pienezza; il tempo se l’è portata via. Ricordo però come mi sentivo a farlo ridere: quel piccolo trionfo di un bambino che crede che l’amore si misuri in attenzioni.
Mio padre non era un uomo di tante parole, e spesso mi chiedevo se il silenzio fosse il suo modo di dire che ci teneva. È strano come si inizi a capire i propri genitori solo quando non ci sono più, quando col senno di poi i loro gesti iniziano a significare qualcosa di diverso.
Guardando il film di Davies, riflettevo su come la memoria distorca e guarisca allo stesso tempo. Lo sguardo del regista si sofferma sui gesti, sugli spazi dove c’erano prima le persone. Ci sono Remi e Akin, la cui percezione del padre Folarin si è trasformata in un mistero per via della sua ripetuta assenza.
Gli sforzi di Folarin per provvedere alla famiglia non producono altro che stipendi non pagati. E poi c’è Lagos, vasta, umida, implacabile, che va avanti come se nulla fosse successo. Ma qualcosa è successo. Qualcosa succede sempre. Sotto il rumore, c’è una quiete che mi è familiare, come il silenzio della vecchia stanza di mio padre, inalterata ma viva.
Una volta, quand’ero piccolo, mio padre mi portò allo stadio di Abuja a guardare la nazionale nigeriana. Ricordo quel giorno non per la partita in sé, ma per il suono dei fuochi d’artificio, l’odore di arachidi tostate, il sudore, e il crescente rumore di una nazione brevemente unita dalla vittoria.
Uscendo mi sollevò sulle sue spalle, e vidi tutto lo stadio dall’alto: un mare di gioia, bandiere verdi e bianche sventolare come promesse. Quel momento, quella sensazione di essere trasportato, di essere più in alto di qualunque cosa potesse farmi del male, è ciò a cui penso quando penso a lui. Protezione, orgoglio, presenza. La trinità dell’amore di un padre vista attraverso gli occhi di un bambino.
Ma la memoria è ingannevole. Si rimodella ogni volta che la evochiamo, ammorbidisce i contorni, modifica il dolore. A volte mi chiedo se quel momento sia accaduto come l’ho descritto. Forse non mi ha sollevato così in alto. Forse il rumore era troppo e ho pianto. Forse ricordo solo ciò che mi serve ricordare. Il film di Davies riflette su ciò che resta della memoria quando i dettagli si dissolvono. La camera non insegue la verità; si sofferma sulle incertezze. Capisce che l’amore, come il dolore, non può essere raccontato in modo ordinato. Può solo essere percepito nei gesti silenziosi: una mano che sfiora una fotografia, il peso di un nome non detto, la luce che cade su una sedia vuota.
Nelle famiglie nigeriane, i padri sono spesso distanti, non sempre per scelta, ma per cultura, dovere, e per la tacita convinzione che l’affetto debba essere conquistato provvedendo economicamente alla famiglia. Sono le prime figure di riferimento, coloro la cui approvazione è come luce del sole. E ciononostante, tanti di noi crescono imparando a conoscere il proprio padre attraverso la sua assenza, attraverso il suono della sua auto che torna tardi la sera, attraverso il peso delle sue aspettative mai spiegate, attraverso il modo in cui le nostre madri parlavano di loro quando non c’erano. Quando muoiono, è come se si chiudesse una porta su una lingua che stavamo ancora cercando di imparare.
Per anni dopo la morte di mio padre, ho cercato di ricordare il suo volto senza l’aiuto delle fotografie. Pensavo che questo mi avrebbe permesso di avere un ricordo più mio, meno mediato. Ma col passare degli anni, ho notato come la memoria si comporti come l’acqua: scivola tra le dita, non importa quanto stretta cerchi di trattenerla. I volti svaniscono per primi. Poi le voci. Poi i piccoli gesti che un tempo credevi indimenticabili: il modo in cui salutava i vicini, o come si sistemava il cappello prima di uscire.
A volte mi preoccupo di star ricostruendo mio padre da frammenti, come una storia raccontata troppe volte da qualcuno che non era nemmeno lì. E se lo ricordassi solo per abitudine?
Un tempo mi vergognavo di dimenticare. Adesso la vedo diversamente. I ricordi, come i film, non riguardano la fedeltà ai fatti ma le emozioni. Ciò che ricordi dice più su chi sei tu, che su chi sia quella persona. My Father’s Shadow mi ha fatto capire che è impossibile ricordare perfettamente, e quanta bellezza c’è nel provarci. Ricordare non significa fermare il tempo, ma lasciare che il ricordo si evolva, come il dolore si trasforma in delicatezza.
Non cerco più di ricordare mio padre per com’era. Lo ricordo per come lo percepisco: una storia incompiuta, una presenza per metà luce e metà ombra, un silenzio che mi avvolge quando chiudo gli occhi. Forse è questo che tutti i figli di una perdita portano con sé: non un ricordo, ma un ritmo. Qualcosa che pulsa dolcemente sotto il rumore della vita. Qualcosa che dice, anche dopo tutti questi anni, sono ancora qui.
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