La Cannes che conta
Al festival non ci sono solo raffinati critici che guardano film, ma anche uomini d'affari che cercano di fare il colpaccio
Il festival di Cannes deve parte della sua importanza al Marché du Film, il mercato cinematografico più importante al mondo che si svolge negli stessi giorni del festival e riunisce decine di migliaia di professionisti del settore provenienti da ogni parte del pianeta.
A differenza del festival, dove i film vengono selezionati e giudicati soprattutto per il loro valore artistico, il Marché du Film è un luogo di business: molti dei film che circolano al suo interno non fanno parte del programma ufficiale del festival e spesso non rientrano nemmeno nel “cinema da festival”, cioè in quei film che hanno ambizioni artistiche e autoriali, anzi: capita che ci siano grandi star legate a produzioni molto commerciali. Vengono presentati lì perché ci sono distributori provenienti da circa 140 paesi, interessati ad acquistare film per i rispettivi territori.

Il Marché è nato nel 1959 e si svolge all’interno del Palais du Festival, lo stesso edificio in cui le troupe e i cast dei film delle varie sezioni accedono dopo aver percorso il tappeto rosso, e si articola in un grande salone al cui interno ogni venditore o distributore ha un proprio stand. La grandezza degli stand dipende da quanto i venditori possono spendere per comprarsi un loro posto, e chi se lo può permettere affitta delle salette private per far vedere direttamente i film ai compratori. Questa tecnica viene adottata soprattutto se si vende uno dei film più attesi o che sta nel concorso ufficiale per far vedere il film a più compratori possibili prima che se ne vadano.
All’interno del mercato operano principalmente tre tipologie di professionisti: produttori, distributori e venditori. I produttori cercano di vendere i film che hanno già pronti o cercano altri produttori con cui co-finanziare dei progetti; i distributori acquistano i film basandosi anche su trailer, poster o descrizioni degli elementi che questi trattano quando non sono ancora finiti. Il lavoro di chi acquista i film è particolarmente delicato e cambia costantemente: la distributrice Clare Binns, in un’intervista con Screen International, sostiene che la flessibilità è il requisito più importante se si devono comprare dei film. I programmi cambiano continuamente, anche perché a volte arrivano film che attirano un’attenzione inaspettata e che tutti vogliono vedere per valutarne il potenziale commerciale.

Nonostante gli imprevisti, però, le giornate di chi lavora al Marché devono essere strutturate in maniera molto precisa. Nella stessa intervista la venditrice Susan Wendt sottolinea come le trattative legate a un film vengano spesso pianificate con mesi di anticipo, riducendo di fatto la possibilità che gli accordi si concludano in modo improvvisato direttamente negli stand durante il mercato.
I venditori sono figure che si posizionano fra produttori e distributori e appartengono spesso a società che operano in ambito internazionale per esportare il cinema del proprio paese di origine. Gli accordi non riguardano soltanto la distribuzione in sala ma si allargano allo streaming, alla televisione e all’home video. Questo lavoro è molto cambiato nel corso degli anni, come sottolinea la capo venditrice di True Colors Francesca Tiberi: «Manca completamente il passaggio spontaneo allo stand, che una volta era molto più frequente. Quel tipo di movimento spontaneo, fatto di persone che entravano semplicemente per curiosità o per scoprire nuovi progetti, oggi mi sembra molto ridotto». Per Tiberi gran parte del lavoro si concentra ormai in pochissimi giorni, anche perché andare a Cannes oggi è molto costoso «tra stand, alloggi, spostamenti e tutto il resto». Le trattative si concludono per la maggior parte fuori dal Marché, negli appartamenti delle case di produzione o nelle occasioni di incontro programmate molto tempo prima.
Al mercato i film non vengono valutati tanto secondo criteri estetici, come farebbero il pubblico o la critica, ma soprattutto come prodotti da collocare in un mercato. Contano elementi come i temi trattati, la presenza di attori famosi, il nome di un regista riconosciuto, la partecipazione a grandi festival, gli incassi ottenuti nel paese d’origine e, più in generale, parametri considerati oggettivi dal punto di vista commerciale. La presenza di un titolo molto forte, capace di offrire garanzie sui potenziali incassi, può spingere un acquirente a comprare un intero pacchetto di film, includendo anche opere più piccole o commercialmente più rischiose, pur di assicurarsi il titolo più ambito.
All’interno del Mercato si svolgono anche una serie di eventi collaterali dedicati all’industria cinematografica nel suo insieme, come incontri e conferenze in cui professionisti del settore si confrontano su temi attuali e sulle trasformazioni del cinema contemporaneo. Grande spazio è stato dato quest’anno all’intelligenza artificiale, alle nuove forme di narrazione immersiva e ad altre tecnologie legate alla produzione e alla distribuzione audiovisiva. Molti paesi organizzano inoltre presentazioni ufficiali e momenti dedicati per promuovere la propria industria cinematografica, le nuove produzioni o iniziative specifiche.

Nell’edizione 2026 del mercato sono presenti circa 16 mila professionisti accreditati provenienti da tutto il mondo, a conferma dell’importanza che il mercato di Cannes continua ad avere per l’industria cinematografica internazionale. Ogni anno viene scelto un ospite d’onore a cui il Mercato dedica una parte rilevante della programmazione, organizzando eventi, conferenze, incontri professionali e proiezioni speciali.
In questa edizione è stato scelto il Giappone, soprattutto per il peso economico che la sua industria audiovisiva ha assunto negli ultimi anni all’estero e in patria dove è diventato il terzo mercato cinematografico più grande al mondo, con ricavi annuali che hanno raggiunto 1,79 miliardi di dollari nel 2025. Oltre al cinema, il paese esporta prodotti molto richiesti a livello internazionale come anime, adattamenti da manga e grandi franchise già conosciuti dal pubblico globale.
Al Marché sono presenti anche venditori italiani nonostante manchino i film in concorso: questa mancanza potrebbe incidere sul mercato dei film italiani, perché sottintende una minore attenzione internazionale verso il nostro cinema rispetto ad altri periodi.
Per Tiberi il cinema italiano sta comunque sviluppando una capacità di creare volti riconoscibili da esportare all’estero e cita il caso di Breve storia d’amore, opera prima di Ludovica Rampoldi, che un anno fa a Cannes era stata venduta a quasi cinquanta paesi anche grazie alla presenza di un’attrice che il pubblico internazionale tende a riconoscere come Pilar Fogliati, divenuta nota grazie a Follemente di Paolo Genovese.
Anche quando i film italiani vengono venduti bene, però, paradossalmente a venderli sono soprattutto produzioni non italiane. Una delle ragioni di ciò è che le società più grandi, grazie alle loro dimensioni, possono offrire ai produttori compensi più alti già in fase di acquisizione e, in alcuni casi, garantire anche migliori risultati di vendita. Nelle ultime tre edizioni, tutti e cinque i film italiani in concorso sono stati trattati da venditori stranieri (Il sol dell’avvenire dalla francese Kinology, La chimera e Rapito dalla tedesca The Match Factory, Parthenope dalla francese Pathé e Fuori dalla francese Goodfellas).
Veloce veloce
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Non sarà forse per questo che gli applausi a Cannes durano così tanto ogni volta? Anche, ma ci sono diversi motivi.
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C’era pure il cane antidroga a Cannes.
Ma non c’era Vincent Cassel, che forse si è divertito molto di più ad aprire il concerto del rapper francese Jul arrivando in scooter sul palco dello Stade de France.
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Questo è l’anno di Sandra Huller.
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Futbol: Sorrentino farà un documentario su Carlo Ancelotti e l’attaccante del Manchester City Erling Haaland doppierà un vichingo in un film animato.
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Sam Raimi sta definitivamente tornando, e dopo il recente Send Help girerà il remake di un horror del 1978.
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Elon Musk contro le regole degli Oscar, anche se non le ha capite.
E contro Christopher Nolan che avrebbe reso l’Odissea politicamente corretta per allinearsi ad esse.
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C’è un possibile accordo che sta preoccupando il mondo del cinema francese.
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Sono ufficialmente cominciati i provini per il nuovo James Bond, che verranno seguiti dalla direttrice casting di Game of Thrones e della nuova trilogia di Star Wars.
Lui si è già autocandidato.
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Un festival canadese sta proiettando i film alla velocità di 1.5x per attirare la Gen Z.
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Paolo Villaggio su cosa distingua il comico da tutti gli altri, e su perché Woody Allen non è propriamente un comico.
La crisi produttiva di Hollywood è diventata un tema anche per la campagna elettorale dei sindaci di Los Angeles.
Il solito cinico Paul Schrader.
Due cose belle e ci salutiamo
Miss Violence di Alexandros Avranas (su PrimeVideo)
Il film si apre con una festa di compleanno serena in una casa piccolo-borghese: famiglia riunita, parenti, musica, decorazioni, una torta per una bambina di 11 anni. A un certo punto, la festeggiata apre la finestra e si butta di sotto.
Da questo contrasto tra superficie ordinata e orrore nascosto prende forma l’intero film, che fa emergere la causa del suicidio lentamente, in un sistema famigliare chiuso su sé stesso, fatto di silenzi, rimozioni e violenze che contamina tutto.
Lo spettatore fatica deliberatamente a capire chi sia figlio, fratello o genitore, e ciò permette di far emergere la sensazione di disorientamento in questa indagine su una crisi sì economica, ma soprattutto morale e affettiva.
Vinse il Leone d’Argento per la regia e il premio per la migliore interpretazione maschile a Themis Panou a Venezia.
Viaggio al termine dell’Italia. Fellini politico di Andrea Minuz (su Amazon)
Quando il nostro cinema era grande – o almeno quando vogliamo ricordarci collettivamente che lo fosse – la critica cinematografica andava di pari passo come una sorta di contrappeso che indirizzava e impattava anche le opere dei nostri maggiori autori.
La politica contava tantissimo nel piacere o meno agli intellettuali di peso: c’era chiesa democristiana e quella comunista, i registi di una e dell’altra chiesa, critici dell’una e dell’altra chiesa. E poi c’era una figura interstiziale, incomprensibile, incollocabile, e che per questo faceva dannare un po’ tutti, ma allo stesso tempo era così innegabilmente bravo che non poteva non avere il successo che ha avuto.
Fellini, che aveva un grandissimo fiuto per i cambiamenti del costume della società e del mondo politico, faceva un cinema che era altro: sorpresa, sogno, inconscio, trasfigurazione grottesca e ironica del suo paese. E questo non prevedeva compromessi con l’una o con l’altra, o con qualsiasi altra ideologia.
Andrea Minuz ripercorre la bibliografia critica sul regista, e nel farlo finisce irrimediabilmente a delineare il ritratto dell’Italia del secondo dopoguerra, l’Italia di Federico Fellini, nelle sue idiosincrasie e contraddizioni.
Cosa c’era di politico, in uno degli autori italiani – almeno dichiaratamente – meno politici di tutti?
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