Una Vita Maledetta
«La cosa più importante al mondo, secondo me, è che gli artisti dovrebbero impadronirsi del pianeta, perché sono i soli in grado di far accadere qualcosa»
È al cinema Queer, l’ultimo film di Luca Guadagnino, tratto dall’omonimo romanzo di William S. Burroughs, uno degli scrittori culturalmente più amati, influenti e citati del novecento. Kurt Cobain, Bob Dylan, Jimi Hendrix, Nick Cave e tanti altri artisti hanno attinto, omaggiato le sue opere e, in alcuni casi, ci hanno addirittura collaborato.
Verosimilmente Burroughs deve la sua straordinaria notorietà più alla sua vita “maledetta” che ai suoi libri, sempre caratterizzati da una scrittura piuttosto complessa e sperimentale. Suscita tuttora un certo fascino il contrasto tra la natura scabrosa delle sue opere e il suo portamento da gentiluomo: giacca, cravatta, voce profonda, modi eleganti.
William Burroughs è nato nel 1914 in una famiglia benestante: suo nonno aveva fondato un’importante azienda di calcolatrici meccaniche. Era uno studente brillante e si laureò con lode ad Harvard in letteratura inglese.
Prese coscienza presto della propria omosessualità, ma la represse per molto tempo: da adolescente bruciò un diario dove aveva annotato l’innamoramento per un coetaneo e da quel momento smise di scrivere per anni. Solo durante una seduta di psicoanalisi collegò la propria repressione a un abuso sessuale subito da bambino dalla tata e dal suo fidanzato.
Nel 1943 si trasferì a New York insieme a David Kammerer, vecchio amico di famiglia, e Lucien Carr, giovane studente della Columbia University. Fu proprio Carr, con il suo carisma e la sua posizione centrale in quell’ambiente universitario intellettualmente vivace, a fare da catalizzatore per un gruppo di giovani scrittori e intellettuali che avrebbero costituito la “beat generation”.
La beat generation non fu un movimento artistico omogeneo, non c’era nessun accordo su una linea letteraria, e nemmeno un programma comune. Era una costellazione di scrittori nati tra gli anni dieci e venti del novecento, accomunati dal rifiuto delle norme sociali, «dalla svolta dell’espansione della coscienza, l’uso del linguaggio, l’insistenza sul diritto di usare scene di sesso esplicite, e naturalmente tutta la questione della droga.» Erano provocatori, liberi, spesso volutamente disordinati e sfacciati. Erano nomadi, ribelli, consumatori abituali di droghe. Poeti dell’eccesso, della marginalità, della sperimentazione stilistica, sono stati il laboratorio culturale da cui nacquero i grandi movimenti giovanili degli anni sessanta.
Nell’estate del 1944, Carr uccise Kammerer e gettò il corpo nel fiume Hudson, a New York. Dopo quell’evento Burroughs prese idealmente il suo posto come mentore del gruppo, pur restando sempre un po’ in disparte rispetto a figure più note come Jack Kerouac e Allen Ginsberg.
Burroughs, nonostante fosse omosessuale, sposò una donna colta e già madre di una bambina: Joan Vollmer. Tra i due nacque un legame così profondo che credevano addirittura di comunicare telepaticamente. Nel 1946 Burroughs iniziò a fare uso di eroina. Joan rimase incinta e lui, fermamente contrario all’aborto, accettò la nascita del figlio Billy.
Dopo un arresto per possesso di droga a New Orleans – da cui riuscì a uscire pagando la cauzione –, si rifugiò a Città del Messico. Nel corso della sua vita, Burroughs si è spostato da un paese all’altro per eludere la legge, ma anche per cercare esperienze alternative, non conformi, ed evitare un copione di vita predefinito e calibrato sulle aspettative altrui. Per eludere la normalità, insomma.
Intervistatore: “Che cosa pensi abbia suscitato la tua curiosità per le droghe, inducendoti a farne uso?”
William Burroughs: “Mi interessava quello che interessa a chiunque cominci ad assumere sostanze: l’alterazione della coscienza.”
L’uso di sostanze psicoattive era, per lui, una forma di ricerca interiore, di esplorazione percettiva e mentale. In Messico scrisse Junky, il suo primo romanzo, e anche il primo in cui usa lo pseudonimo di William Lee. Il libro è una sorta di autofiction — ovvero un genere letterario ibrido, che mescola autobiografia e romanzo — in cui Burroughs racconta la propria tossicodipendenza come condizione esistenziale, non come strumento di trasgressione o piacere, ma come indispensabile per il semplice fatto di vivere. Una delle citazioni più emblematiche del libro è la risposta che il protagonista dà a uno psichiatra:
“Perché non può fare a meno dei narcotici, signor Lee?”
“Ho bisogno della droga per alzarmi dal letto al mattino, per radermi e fare colazione. Ne ho bisogno per rimanere in vita.”
È in questo passaggio che si coglie il paradosso della tossicodipendenza in Burroughs: la sostanza non offre più né euforia né sollievo, è l’antidoto al dolore dell’astinenza. L'idea stessa di disintossicarsi sembra una rinuncia radicale alla propria identità: se la droga è diventata una modalità d’esistenza, rinunciarvi è un atto che ha i connotati di una piccola morte.
Junky passò quasi inosservato. Negli stessi anni scrisse anche Queer e una prima versione di Il pasto nudo. Il primo è uscito solo nel 1985.
Queer è un'opera peculiare all'interno della produzione di Burroughs. Talvolta comico, anche sorprendentemente emotivo per gli standard dell'autore, Queer è il solo romanzo di Burroughs incentrato su una relazione umana: racconta, infatti, l'ossessione amorosa del protagonista per un giovane uomo e l'angoscia derivante dal non vedersi ricambiato quel sentimento.
Secondo Oliver Harris, studioso di Burroughs consultato da Luca Guadagnino per dirigere l’adattamento del libro, Queer non è un'autobiografia, ma una proiezione di Burroughs, una parte della sua personalità esposta e amplificata. L'autore, più che raccontare fatti realmente accaduti, voleva raccontare gli aspetti più oscuri della psiche umana e metterli in scena senza pudori o edulcorazioni.
Nel 1951 avvenne l’episodio più tragico e noto della vita di Burroughs: l’uccisione della moglie Joan Vollmer. Secondo la ricostruzione più diffusa, durante una serata in cui entrambi erano strafatti, Burroughs tentò di colpire con una pistola un bicchiere posato sulla testa di lei. Burroughs era appassionato di armi da fuoco fin dalle prime battute di caccia col padre, e girava sempre armato. Sparò da meno di tre metri: il proiettile colpì Vollmer in fronte, uccidendola. Aveva 28 anni.
Burroughs fu arrestato e accusato di omicidio colposo. Passò tredici giorni in carcere, ma uscì grazie alla cauzione pagata dalla sua famiglia che aveva i mezzi per sostenere le spese legali. Avrebbe dovuto affrontare un processo, ma il suo avvocato uccise, a sua volta, un uomo in un incidente stradale e fuggì. Burroughs lasciò il paese. Non fu mai processato, né scontò una pena giuridica per la morte della moglie, ma affrontò una condanna profonda e interiore. Per elaborare la sofferenza scrisse. Scrisse per comprendere, per sopravvivere, per trasformare il dolore in parole.
Nel 1985, nella nuova edizione di Queer, scrisse:
“Sono obbligato a giungere alla terrificante conclusione che senza la morte di Joan non sarei mai diventato uno scrittore”
Il romanzo è uscito durante la crisi dell’AIDS, malattia allora incurabile che colpiva in particolare le comunità omosessuali e i tossicodipendenti. L’epidemia non era solo sanitaria, ma anche profondamente culturale: generò una certa paura, e aumentò le discriminazioni nei confronti di quei gruppi sociali che venivano considerati gli unici portatori della malattia.
In quel contesto, parlare apertamente di desiderio omosessuale, alienazione e ossessione amorosa lo rese subito attuale e “necessario”.
In più rivelò un lato inedito di Burroughs, un’intimità e vulnerabilità che non ci si aspetterebbe leggendo altri suoi libri e che rimane nascosta dall’immagine di scrittore sperimentale e dissacratore.
Secondo Harris, uno degli aspetti più toccanti e sconvolgenti di Queer è che Burroughs lo scrisse per il suo amante, con l’intento che lui lo leggesse. Se visto come una lettera d'amore, quindi, è una delle più insolite e crude mai scritte. È di fatto un'esposizione volontaria delle proprie debolezze, un invito al destinatario a guardarlo nel suo momento peggiore nella speranza di essere comunque amato.
Dopo l’uccisione della compagna, la figlia che Vollmer aveva avuto da una precedente relazione fu affidata ai genitori di lei e non ebbe più rapporti con Burroughs. Loro figlio Billy fu invece mandato a vivere con i nonni paterni, ma visse poco con loro.
Secondo Barry Miles, che su Burroughs ha scritto una lunga e apprezzata biografia, il capitolo più doloroso della vita di Burroughs fu proprio il rapporto con il figlio Billy. Pur stimandolo, nutriva verso di lui un risentimento profondo e, potremmo dire, giustificato: il padre aveva ucciso la madre, lo aveva abbandonato e mandato a vivere con i nonni.
Nel 1963, su pressione della famiglia, Burroughs accettò di ospitare il figlio a Tangeri, in Marocco. Billy aveva sedici anni e manifestava già un certo disagio. Durante quella visita, Burroughs gli permise di usare delle droghe. Iniziò così la dipendenza del ragazzo che entrò e uscì da cliniche di disintossicazione per il resto della sua vita. Billy scrisse comunque tre romanzi, ma morì nel 1981, a 33 anni.
Il Pasto Nudo, il terzo e più controverso romanzo di Burroughs, è una sequenza frammentaria di episodi, allucinazioni e sketch che lo stesso scrittore definiva senza inizio e fine.
Malgrado la notorietà, infatti, Burroughs non ha mai seguito le classiche convenzioni narrative. I suoi romanzi raramente hanno una trama lineare o una vera conclusione, anzi: più che raccontare una storia sono un'occasione per raccontare stati mentali, destrutturare il linguaggio e mettere in discussione alcune norme sociali.
Più che la trama, ciò che conta nel Pasto Nudo è l’effetto di disgusto e repulsione che produce sul lettore. Il New York Times ne sconsigliò esplicitamente la lettura. Un giudice, nel processo per oscenità di Boston, lo ha definito “un miasma ripugnante di perversione e malattia”.
Ma proprio l’idea di “malattia” fu al centro delle argomentazioni difensive del libro. Burroughs sostenne che Il pasto nudo mostrasse un problema sanitario reale: la dipendenza da droghe. E per raccontarlo in modo credibile riteneva necessario essere crudo, senza filtri. Da qui deriva il titolo Il pasto nudo, cioè quel “momento congelato in cui tutti vedono cosa c’è davvero sulla punta di ogni forchetta”.

Negli Stati Uniti uscì solo nel 1962, cinque anni dopo, e le vendite furono molte. Nel 1965, però, un tribunale di Boston lo vietò. L’anno dopo la Corte Suprema del Massachusetts revocò il divieto, riconoscendo al libro una “valenza sociale redentrice”.
“La creatività deriva da una serie di traumi in cui si è costretti a guardare se stessi. Ecco tutto. Ogni cosa esterna è all’interno e viceversa, ma metti questi aspetti del tuo io a disposizione della pittura, della scrittura, del cinema o di quel che è. Ma questo risulta da una serie di traumi, da momenti in cui ci si trova a fare qualcosa di assolutamente orribile.”
William S. Burroughs è morto nel 1997. Aveva 83 anni.
Veloce veloce
È stato annunciato il nuovo film di Star Wars: uscirà tra due anni, sarà diretto da Shawn Levy e ci sarà Ryan Gosling nel cast; Mikey Madison, la protagonista premio Oscar di Anora, ha invece rifiutato il ruolo proposto nel film. Sempre del franchise di Star Wars, tra l’altro, è una delle serie tv più apprezzate e politiche del 2025: si chiama Andor, ed è uscita da poco la seconda stagione.
Per chiudere il discorso Star Wars – di cui in questi giorni si è parlato per la Star Wars Celebration, la convention a tema ufficiale che quest’anno si è tenuta a Tokyo – qualcuno nel Regno Unito vedrà la copia originale e non modificata del primo Star Wars, mai mostrata dal 1981 per volontà di George Lucas. Ricordatevi di questo discorso: ne riparleremo nei nostri canali, con qualcuno di molto esperto.
Il David di Donatello per il Miglior Film Internazionale è stato assegnato formalmente ad Anora. In occasione della Festa della Liberazione, il 25 aprile tornerà al cinema uno dei più noti film dello Studio Ghibli, Porco Rosso (non a caso una delle sue battute più citate recita “meglio essere un maiale che un fascista”).
I poster ufficiali della prossima edizione del festival di Cannes. La prima serie italiana d’animazione Amazon Original sarà ambientata nel mondo della stand-up comedy.
Ci sono tantissime persone che per capirci qualcosa in più su cosa succede dopo la morte del papa si stanno scaricando illegalmente Conclave, il film che racconta tutte le macchinazioni dietro all’elezione più importante del Vaticano. Prime Video, con un gran tempismo, lo ha messo a pagamento nel proprio catalogo ora.
L’Academy ha aggiornato il regolamento degli Oscar. In breve, hanno ufficialmente aggiunto il premio al Miglior Casting, sono stati introdotti nuovi criteri di votazione e sono state fornite delle prime linee guida sull’uso dell’intelligenza artificiale.
Ma a fare un po’ notizia è stato senza dubbio l’obbligo per tutti i membri votanti di vedere necessariamente tutti i film candidati per poter votare. Può sembrare banale, ma prima era obbligatorio solo in poche categorie. L’Academy potrà verificare l’avvenuta visione attraverso la propria piattaforma streaming privata dove i votanti guardano i film candidati, come avviene ad esempio già nei Bafta – i premi inglesi. Nel caso in cui un membro della giuria avesse visto un film, ad esempio, in un festival o in una proiezione privata, dovrà certificare formalmente dove e quando lo ha visto. Non sappiamo nel concreto quanto questo sistema sarà efficace, e infatti non mancano alcune perplessità.
Una cosa bella prima di salutarci
Un evento dalla portata storica come la morte del papa porta riflessioni dovunque, di qualsiasi tipo, più o meno pertinenti, interessanti o effettivamente “utili”. Ho ritenuto quindi – tenendo a mente di come spesso i contenuti di questo tipo sono scritti in gran fretta, e non per forza nelle condizioni migliori – che tra la marea di cose che mi è capitato di vedere e leggere, valesse davvero la pena consigliare il lavoro che sta facendo il Cinematografo, storica rivista di cinema italiana, sull’argomento.
Le diverse penne della rivista, tra cui mi viene da evidenziare un eccezionale Federico Pontiggia, hanno raccontato in più approfondimenti il rapporto di Papa Francesco con l’immagine, e a sua volta quello dell’immagine – in primis cinematografica – con il Papa, il primo ad aver pontificato durante il nuovo pervasivo ambiente mediale. Tra le letture migliori che potete farvi in questi giorni per contestualizzare bene una delle notizie dell’anno. Clicca qui per scoprirle.
di Gabriele Mutatempo
Sentiamoci da altre parti
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Ci sentiamo tra una settimana. Ciao!
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