Quasi amici
Più di cinquant'anni fa Jean-Luc Godard e François Truffaut, due dei più grandi registi francesi di sempre, litigarono al punto da non parlarsi mai più dopo anni di amicizia e condivisioni
Questa storia racconta di due persone dal carattere e dalle filosofie molto diverse, che attraverso il loro lavoro e le loro opere hanno ridefinito il dibattito culturale e cinematografico di sempre, creando divisioni e ragionamenti ancora oggi rilevanti sul modo di intendere e vivere il cinema.
È una storia che è diventata qualcosa di più di una semplice vicenda personale e che ci fornisce delle indicazioni storiche su cosa sono stati gli anni sessanta e settanta, cos’era il cinema prima, cosa è stato dopo e come può aver raccontato o influenzato la società nel quale è stato fatto.
È la storia di François Truffaut e Jean-Luc Godard, due uomini nati nei primi anni trenta, entrambi con un'infanzia travagliata: Godard è figlio di persone agiate ma in rovina economica a causa della dipendenza dal gioco d’azzardo del padre e del nonno; Truffaut invece vive sballottato tra diverse case, non ha mai conosciuto suo padre biologico e finisce spesso nei guai.

Si incontrano per la prima volta a Parigi, appena ventenni, e scoprono di avere in comune proprio la passione per il cinema, per quello hollywoodiano soprattutto. Il loro percorso prende forma grazie ad André Bazin, che ospita prima Truffaut in casa sua e poi gli trova lavoro nella rivista che aveva fondato: i Cahiers du Cinéma.
È tuttora la rivista di cinema per eccellenza, e si distinse da subito per delle posizioni originali, spesso polemiche e radicali, per la qualità della scrittura e per la profondità delle analisi dei redattori che in quegli anni, tra gli altri, erano Éric Rohmer, Jacques Rivette, Claude Chabrol, Truffaut e Godard; cioè alcuni tra i più grandi registi del ‘900.
Erano giovani che amavano la storia del cinema, il cinema americano, la sua linearità narrativa e la capacità di creare immagini potenti. Scrivevano di cinema con la stessa passione con cui poco dopo l’avrebbero fatto. Con la volontà di demolire e ricostruire quello francese che era troppo distante, troppo poco personale. Le loro prime recensioni sono un preludio, un trailer delle carriere che avrebbero avuto.
Come scrive il Post, “molti redattori della rivista decisero poi di diventare registi e diedero vita alla corrente cinematografica nota come Nouvelle Vague. Un po’ come se alcuni polemici opinionisti di calcio si mettessero ad allenare, promuovendo un nuovo e apprezzatissimo modo di giocare.”
La rivista diventa la culla del loro movimento: autorevole, colta e fatta da chi se ne intende davvero, al punto da risultare invece altezzosa e sprezzante per un’altra parte di lettori. Citavano molto la letteratura, giocavano con le parole, dimostrando di padroneggiare una cultura che spaziava dal cinema ai libri nonostante la giovane età.
Godard, in particolare, era ossessionato dall’idea di definire cosa fosse il cinema: un’arte radicale, personale, e inevitabilmente politica. Il cinema doveva rompere le convenzioni, rinnovarsi di continuo. Doveva essere personale e intimo, come un romanzo.
È nelle loro recensioni che nasce il concetto di auteur, secondo cui il regista, con la sua visione creativa e il suo stile, è al centro di tutto. Ogni elemento – dalla sceneggiatura ai movimenti di macchina – era un’estensione del suo sguardo, una parte della sua mente e del suo corpo.
Nel 1958, Truffaut sposa Madeleine Morgenstern, figlia di un distributore di film a cui Truffaut consiglia l’acquisto dei diritti di Quando volano le cicogne, che avrebbe poi vinto il Gran Prix al Festival di Cannes. Il successo del film convince il distributore a supportare Truffaut, che infatti quell’anno riesce a debuttare con I 400 colpi.
Il film fu un successo sia in Francia che all’estero: Truffaut, a 27 anni e senza nessuna esperienza alle spalle, vinse il premio come miglior regista a Cannes, il più importante, atteso e seguito festival di cinema del mondo.
Godard scrisse un articolo trionfante sui Cahiers du Cinéma, dicendo di “aver vinto la battaglia” ma ricordando di restare pronti per la guerra. Ci credevano davvero, e il successo di Truffaut sembrava dimostrare che era possibile quel cinema che il gruppo di autori della rivista aveva teorizzato fino ad allora.
A quel punto Godard cerca di sfruttare l’occasione. Corre a Cannes, contatta un produttore in difficoltà e chiede a Truffaut di poter usare una storia su cui avevano lavorato insieme: quella di un ladro d’auto diventato assassino. Solo il coinvolgimento di Truffaut avrebbe garantito la produzione del film, che così accetta di firmare il copione dell’amico. Qualche mese dopo nei cinema di Parigi esce Fino all’ultimo respiro, una rilettura tutta personale del noir americano destinata a fare la storia del cinema.

I due film sono molto diversi l’uno dall’altro: Truffaut crede che il cinema debba mantenere sempre un legame col pubblico ed essere accessibile. Utilizza una troupe di professionisti, un copione ben costruito e racconta una storia quasi autobiografica, personale e intima. Godard, al contrario, crea il film mentre lo gira, improvvisa, scrive scene e dialoghi giorno per giorno, riempiendo il film di riferimenti cinematografici, letterari, e persino personali. E quando non riesce a trovare nulla da poter girare, per la felicità del produttore, manda tutti a casa.
Porta il copione sul set e lo recita agli attori mentre la macchina da presa è accesa. Assume un direttore della fotografia che aveva girato dei documentari e per questo era abituato a girare in strada, senza luci e la possibilità di controllare le persone che passavano di lì.
Godard sperimenta in ogni fase della produzione. Anche in sala montaggio, dove viene costretto a tagliare un’ora dal film, e che lo porta a selezionare solo i momenti che gli piacciono, utilizzando per la prima volta nella storia il jump cut, quella tecnica di montaggio che spezza la fluidità di una scena dando l’impressione che il tempo “salti”.
Il film è un successo incredibile, viene subito accolto come una rivoluzione cinematografica, oltre che come la consacrazione delle idee che fino a quel momento avevano trovato spazio solo su carta.
Truffaut considera Godard un genio ed è entusiasta del film e del successo che ha avuto. Ma non tutto va bene. Dopo il trionfo di questi due film i produttori francesi si illusero che sarebbe bastato finanziare tantissimi giovani registi per replicare lo stesso successo. Si sbagliarono, ovviamente. Ma anche per cineasti talentuosi e già affermati diventò difficile farsi notare per la grossa quantità di nuovi film. Tant’è che i lavori successivi di Truffaut, Godard, Rivette, Rohmer e Chabrol andarono piuttosto male.
La stampa francese, che all’inizio aveva esaltato questi nuovi registi, cominciò a citare gli insuccessi come prova che la Nouvelle Vague fosse stata sopravvalutata. Il movimento venne accusato di aver alienato il “pubblico comune” con le loro ambizioni artistiche. Di essere, appunto, altezzosi.
Il terzo film di Godard, La donna è donna, una commedia musicale ad alto budget, era tra i film più attesi dell’anno e prometteva di risollevare la credibilità e forza mediatica del movimento. Ma Godard scelse di fare un film ancora più sperimentale di Fino all’ultimo respiro, e nonostante le recensioni positive, anche questo film fu un flop al botteghino.
Truffaut lamentò l’insuccesso del film, sostenendo che gli esperimenti dell’amico non gli avrebbero permesso di essere incisivi per le grandi masse. Secondo Truffaut l’unico modo per portare la Nouvelle Vague al grande pubblico sarebbe stato applicare le formule che avevano visto e assorbito come critici da Hollywood. Nello stesso numero dei Cahiers, Godard criticò l’orientamento del gruppo, definendo quelle aspirazioni come nostalgiche e inadatte ai tempi.

Gli anni sessanta furono un periodo di grandi cambiamenti e movimenti controculturali. Ogni struttura e dinamica collettiva venne messa in discussione. E in quel periodo più che mai emerge il carattere politico della politique des auteurs. Nel 1967 François Truffaut e Jean-Luc Godard sono ancora alleati, fianco a fianco nella difesa di Henri Langlois, il direttore e fondatore della Cinémathèque Française, il più grande archivio cinematografico del mondo.
Langlois viene licenziato dalla Cinémathèque per ragioni politiche, e Truffaut, che era stato nominato nel consiglio proprio da Langlois, abbandona la riunione e diffonde la notizia. In poche ore i principali esponenti della Nouvelle Vague – e con loro Charlie Chaplin, Jean Renoir, Roberto Rossellini, Nicholas Ray e Alfred Hitchcock – si mobilitarono in difesa di Langlois.
Tre mesi dopo, con la Francia in fermento e gli studenti in rivolta contro tutto (dalle regole universitarie alla guerra in Vietnam), doveva cominciare il Festival di Cannes. Godard chiede ai suoi colleghi di boicottare l’evento e far cancellare il festival in segno di solidarietà con le proteste di studenti e lavoratori. Durante una proiezione, Godard e Truffaut, insieme ad altri manifestanti, salirono sul palco e impedirono l’apertura del sipario. Scoppiò una rissa con il pubblico e il giorno dopo il festival fu cancellato.
La politicizzazione del cinema in quegli anni divise le loro strade. Godard abbraccia completamente la sua ideologia marxista, fondando nel 1969 il Gruppo Dziga Vertov, un collettivo di registi, studenti e intellettuali di estrema sinistra con cui lavorò a film e documentari di forte impegno politico. Queste opere non furono ben accolte dalla critica, ma vennero rivalutate solo in seguito. Truffaut invece si rifiutò di oltrepassare una certa linea politica, e da lì il rapporto tra i due si incrinò irreparabilmente.
Pochi mesi dopo ebbero una lite accesa perché Godard avrebbe voluto portare la lotta degli studenti anche al Festival del Teatro di Avignone, ma Truffaut rispose che non avrebbe appoggiato gli studenti universitari, “figli della borghesia,” contro la polizia, invece composta per lo più da lavoratori.
Alla fine del ‘68 Godard chiese a Truffaut del denaro che riteneva gli spettasse per il film Due o tre cose che so di lei, e che a detta sua avrebbe usato per fare un “film anti-padrone.” Gli disse: “Non ho nulla da aggiungere, né su di te, né su di me, né sugli altri. Non siamo più d’accordo su nulla.” Truffaut inviò il denaro ma evitò ulteriori contatti.
Qualche anno dopo Truffaut fece Effetto notte, un film che racconta la vita di una troupe durante le riprese di un film, e che arriverà a vincere l’Oscar come miglior film straniero. Truffaut ottenne un altro bel successo di pubblico e critica, ma una persona su tutte ebbe da ridire sull’opera: Godard.
Il regista gli mandò una lettera di quattro pagine in cui accusa Truffaut di essere un “bugiardo” per il modo in cui ha rappresentato il cinema nel suo film, di evitare “i veri temi importanti” e di fingere che il cinema possieda una sorta di magia romantica, ignorando le dinamiche industriali e di potere che ci sono dietro. Con sarcasmo, Godard chiese a Truffaut di finanziare il suo prossimo progetto. Il concetto era: visto che Truffaut stava guadagnando così tanto con Effetto notte, poteva almeno devolvere una piccola parte dei suoi incassi per sostenere un cinema più autentico, meno manipolato di quel “brutto film” che, a suo dire, Truffaut aveva appena realizzato.
Truffaut non la prese proprio benissimo. Nonostante nella lettera ci fosse un accenno sottile alla possibilità di riaccendere la vecchia amicizia, a voler “parlarne”, Truffaut scrisse uno sfogo di quindici pagine che iniziava così:
“Era da anni che volevo dirti questo, Jean-Luc, ma almeno ho avuto la decenza di non farlo. Ma ora qualcuno deve dirtelo: ti stai comportando come uno stronzo.”
Truffaut rispolverò una lunga lista di accuse, sia professionali che personali. Riferì commenti passati che lo avevano ferito, accusò Godard di essere il più calcolatore tra tutti i registi.
“Chiunque abbia un'opinione diversa dalla tua è un cretino, anche se l’opinione che hai a giugno non è la stessa che avevi ad aprile,”
Il culmine della rabbia di Truffaut arriva quando scopre che Godard aveva incluso nella lettera un messaggio per Jean-Pierre Léaud, l’attore che aveva lavorato con entrambi, per chiedergli, anche in quel caso, del denaro. Truffaut non inviò la lettera a Léaud e chiuse definitivamente ogni porta per la riconciliazione.
Da quel momento i due continuarono, in modo sporadico, a lanciarsi frecciate pubbliche nelle interviste. Nel 1980 Godard invitò Truffaut, Chabrol e Rivette a partecipare a una tavola rotonda sui loro nuovi film - L'ultimo metrò, Le cheval d'orgueil e Merry-Go-Round. Truffaut, anche in questo caso, rifiutò la proposta e rilanciò con una lettera sarcastica, suggerendo a Godard di realizzare un film autobiografico intitolato Una Merda è una Merda.
Truffaut muore per un tumore al cervello a soli 52 anni. Dopo la morte il suo nome fu dato a strade, scuole e, naturalmente, cinema in tutta la Francia. Nonostante questo, Godard non cessò di criticarlo in modi più o meno velati. In un omaggio inviato ai Cahiers du Cinéma, Godard celebrò Truffaut come critico: “C’erano Diderot... Baudelaire... Élie Faure... Malraux... poi François... Non c’era mai stato un altro critico d’arte”. Ma critica il regista, insinuando che Truffaut fosse colpevole di una sorta di spergiuro.
Quando nel 1988 venne pubblicata la corrispondenza e lo scambio di lettere tra i due, Godard scrisse una prefazione che raccontava delle volte in cui uscivano dai cinema insieme per vedere i film dei registi che amavano. Chiedeva: “Perché ho litigato con François?” e spiegava: “Se ci siamo fatti a pezzi, a poco a poco, è stato per paura di essere i primi a essere mangiati vivi”.
Veloce Veloce
DiCaprio ne ha fatti cinquanta. Oceania è il film Disney più visto in streaming di sempre. Anche Anne Hathaway e Zendaya reciteranno nel prossimo film di Christopher Nolan. Joker 2 ha deluso anche il CEO di Warner Bros Discovery. Mattel ha linkato un sito porno nelle confezioni delle sue bambole. Se aveste 3 milioni di dollari potete comprare la Bat Mobile originale (eventualmente sbrigatevi che ci sono solo 10 pezzi). Robert Eggers ha forse esagerato con i ratti in una scena del suo Nosferatu. Tra un po’, Denzel Washington si ritirerà.
Due cose belle
Un paio di consigli cinematografici, come al solito.
A Chiara di Jonas Carpignano
Speriamo di intervistarlo a breve Jonas Carpignano, tra i migliori registi “italiani” che abbiamo al momento (il suo secondo film l’ha prodotto Martin Scorsese, così, per dire). È un newyorkese che si è trasferito in Calabria per fare ricerche su un cortometraggio e ci è rimasto. E in Calabria ambienta il suo ultimo film che questa settimana ho rivisto e l’ho trovato nuovamente sorprendente.
È la storia di una ragazza che indaga sulla sua famiglia dopo che il padre scappa da casa. È un film di mafia dove non viene sparato neppure un colpo, che è privo di romanticismi o stereotipi: racconta la realtà senza filtri o abbellimenti, in modo quasi documentaristico. Documentario che tocca punte di grande intensità emotiva, ma senza mai eccedere o risultare artificioso. Ci sono scene oniriche che permettono di vivere i sentimenti della protagonista, senza bisogno di dialoghi o spiegazioni: è un’esperienza visiva pura. Si tratta di un cinema che comunica solo con immagini, suoni, e sguardi, raccontando una storia che può interessare e coinvolgere tutti.
45 anni di Andrew Haigh
Settimana di rewatch, in effetti. Rivisto anche questo film, potente senza doverlo urlare, di Andrew Haigh (Weekend, Estranei), uno che le lacrime agli occhi te le fa spesso venire. Racconta di una coppia – interpretata da Charlotte Rampling e Tom Courtenay – che si prepara a festeggiare il 45º anniversario di matrimonio. Vivono una vita tranquilla e felice, finché un giorno il marito scopre che la sua ex amante, con cui ha avuto una relazione prima di conoscere sua moglie, è stata ritrovata morta. Questo evento riporta a galla i suoi ricordi, e lui si perde in un mondo di pensieri e nostalgie che mettono in crisi tutto ciò che la moglie credeva di sapere sul loro rapporto.
Il film racconta una settimana della loro vita, mostrando come le loro abitudini si trasformano in modo sottile e quasi impercettibile. È un film ambiguo e affascinante, capace di toccare corde profonde attraverso piccoli dettagli e la straordinarietà degli attori.
Interpreta è tante cose
Newsletter diversa dal solito, ma importante per capire una parte di storia del cinema che, con lo scorrere del tempo, da noi si sta apparentemente allontanando. Sentiamoci anche da altre parti, su Instagram soprattutto e sul nostro canale YouTube. Ricordiamo, di nuovo, che tra due giorni esce la nostra nuova intervista ad Alain Parroni e che domani, come ogni giovedì, esce il nostro podcast per capire meglio cosa c’è al cinema di interessante da tenere sott’occhio; parlane con gli amici, del podcast, dell’intervista, di Interpreta insomma.
Ciao, e grazie.
Interpreta










