Paramount non è meglio di Netflix
Per quanto l'abbandono di Netflix dalla trattativa per comprare Warner abbia fatto esultare in molti, le controversie legate al nuovo acquirente sono anche di più, e di natura soprattutto politica
Venerdì scorso è arrivata una conferma che ha sorpreso la stampa e diversi addetti ai lavori: Netflix ha rinunciato all’acquisizione della Warner Bros. Discovery, lasciando di fatto campo libero alla rivale Paramount nelle trattative.
Quest’ultima, anche quando ormai sembrava fatta per Netflix negli scorsi mesi, non aveva mai smesso di fare pressione nei confronti degli azionisti della Warner – e non solo, chiedere a Emmanuel Macron – ed è infine riuscita ad aggiudicarsi la storica società multimediale con un’offerta da 111 miliardi di dollari, ritenuta troppo alta da pareggiare per i competitor.
A dicembre Netflix sembrava aver concluso l’affare per rilevare solo la divisione cinematografica (studio e streaming) a circa 83 miliardi di dollari. L’operazione però non si era realmente definita in tutti i termini, e rimanevano soprattutto da convincere gli azionisti, cioè coloro che investono su quote della società. Paramount ha tentato dunque di far leva proprio su di loro, offrendo 30 dollari in contanti per azione e maggiori garanzie legali.
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A fine febbraio Netflix ha concesso a Warner una settimana per poter riaprire i colloqui con Paramount e valutare un’eventuale offerta superiore, che poi di fatto si è concretizzata ed è stata accettata: Paramount ha aumentato il prezzo da 30 a 31 dollari per azione, ha offerto un’ulteriore commissione di 25 centesimi ad azione per ogni trimestre di ritardo da ottobre, una garanzia di 7 miliardi di dollari nel caso in cui le autorità di regolamentazione dovessero bloccare il passaggio, e la promessa di coprire la penale di quasi 3 miliardi di dollari che Warner deve a Netflix per aver rescisso l’accordo.

Sono molti dati e numeri, è vero, ma in buona sostanza ci dicono che Paramount voleva a tutti i costi questo affare e alla fine è riuscita a spuntarla con un’offerta talmente imponente e rischiosa da sembrare imprudente. Eppure è un rischio che i vertici dell’azienda stanno coscientemente correndo sia perché sono consapevoli dei benefici che potrebbero trarre dall’operazione, sia perché sanno che i loro buoni rapporti con le autorità politiche – a differenza di Netflix – potrebbero aiutarli nelle ultime fasi di un’eventuale acquisizione, quelle più lunghe, burocratiche e sfiancanti.
Ha sorpreso il fatto che Netflix si sia “arresa” così velocemente, tanto che pure il proprietario di Warner David Zaslav l’ha trovato sconcertante: dopo il comunicato in cui Warner dichiarava di accettare la proposta di Paramount, la piattaforma streaming non ha accennato a presentare una nuova offerta più alta – nonostante proprio in quei giorni il suo proprietario Ted Sarandos fosse a Washington per parlare con l’amministrazione Trump – e ha subito reso noto che non considerasse più finanziariamente conveniente il prezzo a cui si era arrivati.
Questa decisione di non rilanciare – che è stata accolta con grande entusiasmo dagli azionisti dell’azienda – sarebbe stata dettata dal fatto che, a detta di Netflix, l’operazione Warner non era fondamentale per i piani della società, ma sarebbe stata un’ottima occasione se raggiunta a cifre sostenibili.
C’è chi ha addirittura pensato che tutte queste lunghe negoziazioni fossero volte solo a far spendere più soldi alla Paramount, farla indebitare il più possibile, indebolirla e intascarsi la penale di quasi 3 miliardi di euro. È un ipotesi che sembra parecchio improbabile considerando quanto dispendiosa sia stata la trattativa e quanto Netflix avrebbe potuto radicarsi definitivamente nel business tradizionale del settore audiovisivo grazie al prestigio e alle proprietà intellettuali garantite da Warner.

Secondo Rohan Goswami di Semafor, Netflix ha ampiamente sottovalutato l’incidenza delle dinamiche politiche all’interno della trattativa – come la presunta ostilità del presidente Trump e di parte del Congresso – uscendone notevolmente malconcia. Per alcuni osservatori sta proprio qui il nodo attorno a cui la vicenda ha preso questa piega: la politica.
Netflix ha dovuto affrontare una rigida opposizione legale da parte del Dipartimento di Giustizia, che nonostante le rassicurazioni dei dirigenti della società aveva avanzato serie preoccupazioni sulla possibilità che l’unione con Warner potesse costituire un dominio monopolistico nel campo della produzione audiovisiva.
Secondo Sarandos l’ipotesi di un intervento politico non ha mai avuto reale fondamento - soprattutto una volta che si era chiarito che Netflix non avesse interesse nel settore dell’informazione - anche se fin dall’inizio è circolata con insistenza l’idea di una possibile “telefonata decisiva” di Donald Trump.
Al contrario, come dicevamo, Paramount ha dalla sua un clima politico molto più favorevole: dall’anno scorso, a seguito della fusione con Skydance, è controllata da David Ellison, figlio del magnate tecnologico e sostenitore trumpiano Larry Ellison, che ad oggi è uno degli uomini più ricchi al mondo.
Larry Ellison si è impegnato a coprire parte dei costi dell’operazione personalmente, e insieme a David ha creato una rete di legami con il mondo della politica che gli permette di agevolare i rapporti con gli organi federali regolatori, attraverso cui deve passare qualsiasi fusione di questo tipo.

Persino un portavoce dell’amministrazione Trump aveva fatto sapere mesi fa che il presidente caldeggiasse l’acquisto di Warner da parte della Paramount, dato che oltre le amicizie personali c’era in ballo un ecosistema mediale in continuo mutamento e sempre più tendente a destra.
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Già da quando gli Ellison avevano comprato la Paramount erano diventati proprietari di una rete televisiva come CBS, che con l’insediamento della nuova direttrice Bari Weiss ha avvicinato alcuni programmi a una direzione più filogovernativa e conservatrice.
Con un’eventuale acquisizione della Warner – che a differenza di Netflix riguarderebbe la società nella sua interezza, dunque anche le reti televisive del gruppo Discovery – gli Ellison arriverebbero ora a controllare anche CNN, canale d’informazione molto influente e sgradito a Trump. Tempo fa, David Ellison aveva garantito che in caso di acquisizione della Warner, avrebbe effettuato “cambiamenti radicali” alla CNN.

Gli stessi dipendenti di CBS e CNN hanno reagito negativamente alla prospettiva di fusione, sia per i timori di ingerenze (un produttore anonimo di CNN ha detto che «la fusione tra Paramount e WBD è un disastro per chi lavora in entrambe le aziende, e se Bari Weiss prendesse il controllo della CNN, sarebbe la fine della rete») sia per il forte rischio di tagli al personale e stravolgimenti editoriali.
Quando infatti vengono accorpate due società simili e così grandi si moltiplicano anche le figure dirigenziali e le divisioni interne: alcune di queste devono quindi necessariamente chiudere, per far ordine nelle gerarchie, ridefinire gli organigrammi e ridurre i costi. Se tutte e due le società ad esempio hanno uno studio che si occupa dello stesso compito, come un ufficio legale o un ufficio stampa, non serve più mantenerlo in entrambe, ma basta tenerne solo uno.
I licenziamenti sono quindi una delle conseguenze più probabili dell’accordo, e saranno anche piuttosto numerosi a causa della situazione finanziaria delle due società: i debiti cumulati sia da Paramount (a maggior ragione a seguito di questa ingente spesa) che da Warner sono altissimi, e almeno all’inizio porteranno a puntare su prodotti dal ritorno sicuro ed evitare investimenti azzardati.

Un’altra domanda che si stanno ponendo gli addetti ai lavori è in che modo la provenienza dei capitali a supporto dell’operazione, che in parte arrivano da paesi come Qatar, Abu Dhabi e Arabia Saudita, impatterà sul panorama statunitense. C’è infatti la preoccupazione che tale denaro porti ampie quote dei media americani nelle mani di fondi sovrani mediorientali, che in questo modo potrebbero esercitare una qualche forma di influenza implicita ma determinante negli Stati Uniti.
Rispetto ai dirigenti di Netflix però gioca a loro favore la loro posizione (quantomeno dichiarata) a favore dell’esercizio cinematografico, che era stata messa in discussione più volte dal modello streaming della piattaforma. Se infatti il modello Paramount presenta tutti questi aspetti controversi, paradossalmente c’era stata un’avversione ancor più compatta contro Netflix, manifestata con accorati appelli in difesa della fruizione dei film in sala da parte di sindacati e personalità illustri dello spettacolo, come James Cameron.
In ogni caso bisogna sempre tenere a mente che non è ancora del tutto fatta, e le tempistiche sono ancora lunghe: potrebbe volerci ancora almeno un anno. Superare gli organi di vigilanza federale sarà piuttosto agevole per la Paramount, che può contare sui contatti con il governo e su un ottimo avvocato come Makan Delrahim (che aveva già lavorato per l’amministrazione Trump).
Gli ostacoli maggiori verranno dall’approvazione da parte delle autorità di regolamentazione non statunitensi, e cioè di tutti quei paesi in cui quelle società operano (per cui anche l’Unione Europea, ad esempio), dall’opinione dirimente degli azionisti e dalle possibili azioni legali che i singoli stati – sottratti al controllo dell’amministrazione centrale – potrebbero intraprendere contro la fusione.
Molti consumatori e lavoratori stanno tentando di presentare delle cause legali per fermare l’acquisizione: senza un numero consistente di prove e documenti circa l’illegalità dell’operazione, infatti, qualsiasi ricorso verrebbe archiviato dal giudice.
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Ed è qui che l’autorialità europea incontra il senso imprenditoriale dei distributori negli Stati Uniti, che mitizzano il nostro cinema, lo legittimano nel mercato globale e gli fanno vincere un sacco di premi.
Non sempre nel modo più corretto, forse, ma in quello più efficace: bisogna vendere agli americani un film come Riso Amaro, ma una storia neorealista su dei poveracci non attira nessuno? Benissimo, si ipersessualizza Silvana Mangano in copertina e la si promuove quasi come fosse un film erotico. La dolce vita? Neanche a dirlo, presentato come uno scandalo da non perdere. E così via.
Il libro di Garofalo è pieno di aneddoti divertenti e curiosi - si legge molto bene, soprattutto se appassionati ma non solo - e getta uno sguardo inedito su un aspetto meno chiacchierato del nostro cinema, e cioè di come è riuscito concretamente a diventare così iconico e popolare nel secolo scorso, al di là della bravura dei suoi rappresentanti, non screditando le spregiudicate manovre di marketing ma collocandole in un contesto ben preciso. E come mai oggi sembra non contare più quasi nulla sulla scena mondiale.
di Gabriele Mutatempo
Henry pioggia di sangue, di John McNaughton (su YouTube)
Ispirato alle confessioni del serial killer Henry Lee Lucas, che dichiarò di aver ucciso centinaia di persone, salvo essere condannato per undici omicidi, il film non ricostruisce i fatti in modo lineare, ma immerge lo spettatore nella deriva omicida di Henry, seguendone l’erranza e la ricerca compulsiva di vittime.
Per quasi metà della pellicola la violenza resta fuori campo: vediamo solo i corpi senza vita, finché l’omicidio di due prostitute, compiuto insieme al coinquilino Otis, esplode sullo schermo con brutalità improvvisa. Da quel momento la violenza si espande e contagia: Otis scopre il piacere di uccidere e i due trasformano i delitti in spettacolo, filmando le sevizie con una videocamera.
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Girato nel 1985 con un budget minimo, il film rimase bloccato per anni dalla Motion Picture Association a causa dei contenuti estremi, uscendo negli Stati Uniti solo nel 1989 dove venne accolto con incassi modesti ma buone recensioni, anche in Italia. Evidentemente fra questi non c’era Nanni Moretti che lo citò polemicamente in Caro diario.
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