Horror mio, che si fa?
Il genere sembra anche godere di buona salute al botteghino, ma quanti sono i titoli validi in una stagione? E sono quei titoli ad andare bene al cinema?
Mi si chiede di fare un punto della situazione sull’horror attuale. Non dico una diagnosi, che sarebbe termine sinistro, in uso quando si parla di malati, ma potrei anche, come andrò poi spiegando. Accetto la proposta e come bussola intendo tenere Nocturno, la rivista che fondai trent’anni fa, tra le cui pagine l’horror ha sempre avuto uno spazio preminente. Prendo l’ultimo numero, dell’ottobre/novembre 2024, che in copertina ha The Substance, di Coralie Fargeat.
Racconta di una star di Hollywood in fase declinante, tentata da una specie di filtro dell’eterna giovinezza, tramite il quale “partorisce” (dalla schiena, a mo’ di vagina) un doppio con trent’anni di meno. Possono vivere, vecchia e nuova, una settimana a testa, alternate, e finiranno per scannarsi in un’orgia di carne e sangue. Regista donna, film francese ambientato in America.
Un’altra francese, qualche anno fa aveva vinto a Cannes con un horror, Julia Ducourneau, con Titane: fatti epocali, si pensò, che un horror vincesse un festival e che lo avesse diretto una donna. Il genere al femminile sostanzia di sé molta parte della produzione degli ultimi dieci anni e quasi sempre trattasi di film ibridi con l’arthouse, ossia con dietro e dentro un discorso, un pensiero, livelli stratificati di lettura.
Su Nocturno facemmo un dossier dedicato a questo, coniando la definizione “artgenre”. Dentro il calderone ce n’è di ogni, dal fumo negli occhi gettato da Robert Eggers (che a molti piace perché i maestri di pensiero gli hanno detto che deve piacere e dunque si allineano), ad Ari Aster (che dopo Hereditary, molto buono, si è sbandato nel caos), a diversi altri e altre e mi limito a citarne uno solo, Christian Tafdrup con Speak No Evil (ottima idea alla base: il carnefice è tale perché la vittima gli consente di esserlo), maleficato di recente da un remake normalizzante e insostenibile.
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Torno all’ultimo numero della rivista: c’è un lungo servizio su Terrifier 3, di Damien Leone: mentre scrivo, sta facendo sfracelli al botteghino, in Usa, nelle sale. Ha stracciato Smile 2, di Parker Finn, una delle tante scemate etichettate come supernatural horror, ma con dietro la Paramount. I Terrifier, specie il secondo, hanno riportato in auge lo splatter spinto a livelli estremi, esasperati e il protagonista, un clown killer di nome Art, ormai è già nel Vahlalla delle star del genere. Nei Terrifier il fenomeno è il noumeno, nessuna operazione mentale necessita in più: bravo e furbo Leone a capire che era giunto il momento di alzare il livello dello scontro, di procedere per accumulo sadico.
In copertina del penultimo Nocturno avevamo The Well di Federico Zampaglione, che ha sposato in pieno tale filosofia estremista. Ha preso pure la protagonista di Terrifier 2 e 3, Laureen LaVera e l’ha buttata in mezzo a un’orgia di sangue, sia pure con il suo stile memore dei classici italiani (da Avati a Fulci). E l’Orco del film è truccato, mica per caso, con la biacca e il rosso del volto di un pagliaccio.
Considero ora due cover nocturniane sempre di quest’anno. Su una troneggia Omen – L'origine del Presagio di Arkasha Stevenson (altra regista donna), prequel del Presagio. Film da sala, nemmeno male, strutturato a che se uno non conosce niente della saga, lo possa comunque apprezzare (il fandom si gode, in più, citazioni e rimandi, naturalmente, che non mancano). Intanto in America usciva Immaculate, di Michael Mohan: trama identica a L’origine del Male. Mi divertii a scegliere dall’uno e dall’altro le cose migliori, in vista di un terzo film-puzzle. Immaculate comunque vinceva per la protagonista Sydney Sweeney.

Un aneddoto, tanto per dire della scarsità di idee che circolano nell’horror. A riprova: andate su una piattaforma qualsiasi e nella media dei film che colà atterrano, provate a trovare qualcosa che abbia un minimo crisma, non dico di originalità, ma di persistenza nella memoria. Trionfano i supernatural, tipo: “famigliola che arriva in una nuova casa e si trova fronteggiare un’arcana e malvagia minaccia”. Li fanno a stampo e, tempo dieci minuti, è già chiarissima l’antifona. Horror da solotto, blandi, che il mercato produce perché c’è richiesta, evidentemente.
Qualcuno prova a variare buttandola un po’ sul grottesco/demenziale: tipo Slotherhouse (altra cover di Nocturno), di Matthew Goodhue, con un bradipo assassino che mena strage in un sorority house. Però resta un balocco, un ninnolo, una sciocchezza che nessuno con la testa a posto si sognerebbe di rivedere una seconda volta.
Sarò banale, semplicistico, ma a me sembra che uno dei problemi nodali, oggi, sia proprio la sovrabbondanza dell’offerta: c’è troppa roba in circolazione e il rischio correlato è di perdersi quel minimo di buono che esiste in mezzo alla fuffa. Sono apparsi pressoché insieme, a settembre, Apartment 7A, diretto da Natalie Erika James, remake di Rosemary’s Baby e più o meno tutti lo hanno coperto – come succhiare una chiave: grandemente inutile. E Subservience, di S.K. Dale, con Megan Fox androide creato in AI: non se lo è calcolato quasi nessuno e quei pochi lo hanno macellato. Ovviamente, è un buon film.
L’altra cover di Nocturno era dedicata ad Alien - Romulus, interquel (cioè capitolo mediano) della saga ominima. Diretto da Fede Alvarez, ha riscosso vasto successo. Al solito: si presuppone che faccia parte di un tutto, ma se anche quel tutto non lo conosci, va bene lo stesso. E se lo conosci, ecco che a cascata seguono strizzate d’occhio e citazioncine. Hai un bel domandarti “Tutto qua?” dopo un’ora e mezza di girate a vuoto attorno al niente, ma se tanto è piaciuto, vuol dire che hanno ragione loro, Alvarez e compagnia adorante, e che nel corner dell’errore sei tu, pensando che, non si dice il primo, ma almeno gli ultimi due film di Ridley Scott avessero potuto indicare una certa direzione.
Ma Prometheus e Covenant taluni recensori (soprattutto videorecensori) entusiasti di Alien - Romulus si concedevano il lusso finanche di confessare di non averli mai visti. Discorso dunque chiuso ancor prima di cominciarlo. Ma qui dovremmo necessariamente addentrarci nella selva oscura del gusto, che è altra battaglia persa in partenza.
Per cui non me la sento alla fine di tirare una summa in extremis sull’horror attuale, che più che una diagnosi meriterebbe si stilasse, forse e meglio, un referto di morte.
Davide Pulici
Veloce Veloce
La prima serie di Spike Jonze, a cui lavora da oltre due anni, non si farà più, per il momento. La prima foto di Jeremy Allen White nel film biografico su Bruce Springsteen. Il regista di Skinamarink Kyle Edward Ball farà il suo prossimo horror con la A24 (Di Skinamarink ne aveva parlato il nostro direttore della fotografia qui). La seconda stagione del cartone animato della Juventus, squadra di calcio di Serie A, è un piccolo disastro. Timothée Chalamet è comparso a sorpresa a una gara di suoi sosia. Domenica è stato proiettato in anteprima l’ultimo film di Clint Eastwood - potenzialmente è il suo ultimo per davvero - e la Warner Bros non sembra così interessata alla cosa. La stagione finale di Good Omens sarà un solo episodio, un lungo episodio.
Un consiglio e poi ci salutiamo
Visto che l’articolo di oggi l’ha scritto Pulici, ci sembra corretto che sia lui a consigliarvi qualcosa di bello. Glielo abbiamo chiesto e ve lo riproponiamo.
Boy Kills World di Moritz Mohr
Vendetta ultra-sanguinaria in un mondo distopico di un orfano muto addestrato a uccidere. Lo potete vedere qui.
Interpreta è tante cose
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