Armiamoci e partite?
Anche quando si fa critica con competenza, lo si fa all’interno di nicchie snob ed elitarie. Eppure in un momento in cui le sensibilità sono così interconnesse, dovremmo provare ad allargare il campo
I film sono trasposizioni visive e sensoriali del nostro modo di vedere il mondo. Ogni regista, scegliendo come raccontare una storia, mostra la propria visione della realtà. Ogni critico, nel modo in cui analizza quella storia e quella interpretazione, pure.
E in che modo può intervenire la "critica" (sul tentare di definirla ci arriviamo) a plasmare o, più spesso, ad arricchire un'esperienza intima come la visione di un film o la lettura di un libro?
È complicato trovare una specifica risposta su cosa sia e debba fare la critica. Azzardando delle ipotesi, la critica serve prima di tutto a stimolare il senso critico di chi legge, a porre delle domande, a offrire delle chiavi di lettura. Il critico è qualcuno di cui ci si fida, al punto che magari si sceglie di vedere un film perché lui lo ha consigliato.
La critica nasce anche da un impulso molto semplice: il desiderio di parlare di ciò che ci piace o colpisce. Poi tenta di mettere il film in relazione al contesto storico e culturale in cui è nato, analizzando le scelte artistiche fatte da registi, attori, sceneggiatori e produttori. In questo senso, chi ha studiato quel linguaggio (il cinema, in questo caso) può accompagnare lo spettatore inesperto a comprendere cosa sta vedendo.
Un altro degli scopi fondamentali della critica, e tra quelli che si tende a ribadire più spesso, è aiutare il pubblico a scoprire e comprendere opere nuove, complesse e poco note. Il critico, scriveva Dave Hickey, è colui che ha il coraggio di rischiare la propria reputazione scommettendo pubblicamente sul valore di un’opera, anche se difficile o fuori dagli schemi.
E in un’epoca in cui esistono liste di film su ogni giornale, piattaforme con cataloghi infiniti, newsletter, canali YouTube, Letterboxd, reel – che non ci piacciono, sono superficiali e tutto quello che vogliamo, ma che comunque consigliano film e visioni – come si fa a dire che la gente non possa scoprire un certo tipo di cinema? Oggi più che mai ci sono gli strumenti e le possibilità di scoprire ed esplorare cose nuove.
Anzi, sarebbe più che mai auspicabile che ci siano delle figure che selezionano e aggregano le cose “più importanti”, o più belle, o più interessanti, sempre tra virgolette.
Oggi, chiunque abbia la predisposizione a vedere e scoprire un cinema stimolante e sovversivo ha molte più possibilità di alimentarla. Certo, non possiamo pretendere di insegnare ad amare il cinema a chi non ha già dentro di sé quella scintilla. È qualcosa che può crescere e svilupparsi, ma che deve esistere in partenza. Magari oggi non si condivide questa passione con altre persone in una sala, ma questo è un altro tema — e non del tutto nuovo. Forse, semplicemente, è aumentata la portata del fenomeno; guardare certi film, come leggere certi libri, resta comunque un’attività intima e solitaria, che richiede uno spazio interno, privato, che si può coltivare ma non imporre.
Ma andiamo avanti, perché il dibattito sullo stato della critica si è calcificato in due schieramenti: i critici che accusano internet di aver sostituito la competenza con dilettanti e improvvisati, e quelli che internet lo usano, e che ritengono invece che gli altri siano invidiosi, nostalgici e luddisti. Non dirò la banalità che la verità sta in mezzo: la argomenterò affinché sembri meno banale.
Chi ha lavorato all'interno dell'industria editoriale parla spesso di declino, in alcuni casi di crollo: oggi non si legge più, i giornali non li compra nessuno e men che meno le riviste di settore. E il motivo di questa crisi sarebbe la diffusione di internet, che ha cambiato il modo di fare giornalismo, il suo modello economico e marginalizzato l’impatto della critica e del cinema.
Se n'è discusso ad un evento organizzato alla Sapienza, che è diventato un dibattito tra chi fa critica "vera" e chi, secondo alcuni, no perché sta sui social. In realtà la questione è piuttosto ragionevole, e cioè: chi lavora sui social basa i suoi ricavi sulla pubblicità; quindi come fa un creator a parlare sinceramente di un film se pagato dalla società che lo sta distribuendo?
È una domanda legittima, a cui però bisogna far notare che: non può essere vero per ogni film di cui si parla (se no bisognerebbe avere una partnership con qualunque casa di distribuzione, ed è inverosimile); e che questo tipo di influenza esiste da sempre, e oggi – almeno in teoria – è più trasparente. Chi lavora sui social è obbligato a segnalare quando un contenuto è sponsorizzato o meno. Nella stampa tradizionale italiana, invece, questa chiarezza è sempre stata molto più rara: ancora oggi capita che articoli legati a interessi pubblicitari non vengano indicati come tali, anche nei quotidiani più importanti e diffusi in Italia.
Chiariamo: non vuole essere un modo per dire che siccome le irregolarità le commettono anche altri, allora chi sta sui social è giustificato a farle. Assolutamente no. Il punto è un altro: questa critica viene fatta come se certe dinamiche esistessero solo sui social, e non è così.
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Negli anni è enormemente cambiato il modello di business di giornali e riviste: fino a poco tempo fa si guadagnava grazie ai lettori che pagavano le copie cartacee del giornale e alla pubblicità (!). Con internet entrambe le fonti si sono ridotte drasticamente.
Negli anni 2000 si è diffusa e radicata l’idea che l’informazione online fosse di fatto gratuita, anche perché gli stessi giornali non avevano capito come si potesse guadagnare da quel mezzo. Quando però ci si è accorti che la sola pubblicità online non bastava a sostenere economicamente le testate, si è tornati a far pagare i lettori con degli abbonamenti digitali. Oggi la maggior parte dei giornali si basa proprio su questo modello, e sempre più persone accettano l’idea che un’informazione di qualità abbia un costo.
In Italia, però, l’idea diffusa che internet sia ancora il “futuro” piuttosto che il “presente” dell’informazione ha ovviamente rallentato uno sviluppo (e quindi diminuito anche i profitti, che a prescindere sarebbero stati più bassi di prima).
Quindi alla legittima e sensata critica secondo cui la pubblicità compromette l’indipendenza di una recensione, ad esempio, chiederei: se un critico non può guadagnare tramite pubblicità, da dove dovrebbe arrivare il sostegno economico? La vendita delle copie di carta tenderei ad escluderla. Dagli abbonamenti digitali? Quante altre riviste nel mondo hanno sistemi di paywall? In tutti gli altri casi dobbiamo accettare o che chi scrive non guadagni nulla, o che chi guadagna non sia un critico?
E se si viene pagati dalle case di distribuzione, la propria indipendenza è compromessa? Come si può risolvere la cosa, a noi, l’ha spiegato Gabriele Niola:
Ho lavorato per tantissimi anni con BadTaste, una piccola testata che dipende dai distributori (che quindi vogliono esercitare un potere). Capitava che, prima di un film su cui un distributore puntava molto, mi dicessero: ‘Facciamo attenzione’. Non vuol dire 'scrivine bene', ma semplicemente 'non accaniamoci'. Tipo che invece di scrivere 'è brutto, brutto, brutto', basta un semplice 'è brutto'.
Non mi metterò a fare la lista delle zone d'ombra che ci sono sempre state, e non voglio neanche mettermi a fare quello che “prima era uguale a ora”. Ma prima era più simile a ora di quanto pensiamo.
Andiamo ad altri problemi della "critica sui social": quello più grosso è la saturazione dei contenuti. C’è troppa roba in giro, e quindi, se un tempo un buon lavoro aveva maggiori possibilità di avere un impatto sul reale, oggi ne ha molto meno.
Sono in parte d’accordo, e sicuramente la struttura stessa dei social tende a premiare velocità, visibilità, polarizzazione, ed è più difficile emergere se la concorrenza è così grossa.
Ma è evidentemente falso che con internet sia facilissimo diventare virali o famosi. Non è facile per niente, e basterebbe guardare le persone intorno a noi — o noi stessi — per rendersene conto. La viralità tutt'al più è casuale. Poi però bisogna vedere se si traduce nell’essere rilevanti. Avere un’opinione e pubblicarla non significa diventare influenti. Non è il ragazzo che commenta un film su Instagram il motivo per cui le riviste di settore faticano.
E poi ridimensioniamo un attimo le cose: il picco di vendita dei giornali in Italia risale agli anni novanta, quando si vendevano circa 7 milioni di copie al giorno. Secondo la teoria di prima, in quel periodo si sarebbe dovuto avere un grosso impatto sul reale, giusto? Ma stiamo parlando di meno di un quinto della popolazione italiana. E 7 milioni si raggiungono sommando tutti i giornali. Sono numeri sufficienti per avere un impatto sul reale, certo, ma non stiamo parlando di cambiare il paese.
Tra l’altro si percepisce un sottotesto secondo cui negli anni novanta – o prima ancora se si vuole, però i numeri delle copie dei giornali diminuiscono ulteriormente, così come i livelli medi di istruzione, l’accesso all’informazione e la varietà delle fonti disponibili – ci fosse una cultura più diffusa, una maggiore comprensione della realtà e una sofisticatezza che oggi è scomparsa. Può darsi, vorrei delle prove in caso, ma anche ammesso che fosse vero, non mi sembra che questo abbia prodotto alcunché (vi ricordate chi è stato votato negli anni ‘90 in Italia? E vi ricordate a seguito di cosa?).
C’è un problema che i social e internet amplificano molto e che è riscontrabile anche nel lavoro di chi fa critica: avere una platea di seguaci, letteralmente. Cioè di un pubblico che vuole sentirsi dire ciò che già pensa, che è il movimento opposto all’esperienza cinematografica, che dovrebbe forse cercare di scomodare e sovvertire i pensieri e i pregiudizi dello spettatore.
In questo senso, non sono molti ad avere la capacità di dire qualcosa che magari scontenta il proprio pubblico. I social alimentano l’opposto: bisogna andare incontro al pubblico perché questo aumenta visibilità, like, condivisioni, follower, che poi possono essere monetizzati.
Ma anche questa è una dinamica umana sempre esistita, e in parte comprensibile: si tratta di cercare approvazione e temere di perderla, soprattutto se da quella dipende il proprio stipendio.
Con internet si avrebbe – e questo dipende da chi il cinema lo scrive, produce, dirige e distribuisce – un panorama culturale molto meno rigido. Ogni film può trovare un suo pubblico, ma il problema più grande, e alimentato da tutti indistintamente, è che anche quando si fa critica con intelligenza e competenza, lo si fa all’interno di nicchie ristrette: critici che parlano a critici, cinefili che scrivono per altri cinefili, festival frequentati quasi solo da addetti ai lavori.
Eppure, proprio perché le sensibilità sono così diverse e interconnesse, la critica dovrebbe allargare il campo. Non restare chiusa in cerchie elitarie e snob, ma cercare un dialogo tra mondi diversi, tra gusti differenti, tra esperienze di visione opposte.
E vengo al punto che mi fa più arrabbiare: perché la critica “classica”, quella delle riviste che ormai non pubblicano più – o, se lo fanno, nessuno legge –, ha scelto di restare ferma a guardare il mondo che cambiava, invece di provare a cambiare insieme a lui? Se la risposta è che “non ci si piega ai balletti o alle liste tipo ‘10 cose che non sapevi su Breaking Bad’”, non avete capito le potenzialità e gli strumenti di internet. Che mi porta a dare una risposta secca e pragmatica, e cioè che chi dirigeva quelle riviste non fosse un imprenditore, e non avesse la capacità e lo spirito di aggiornarsi, provare nuovi linguaggi e stare al passo coi tempi.
Ma volendo ignorare questo fattore (che però è impossibile da ignorare, e qualcuno la responsabilità dovrà pur prendersela), la domanda resta: perché si è preferito chiudersi in un angolo e lamentarsi di quanto fosse “ignorante” chi non leggeva più?
“Eh ma su internet non si può approfondire, tutto è veloce, c’è il deficit di attenzione”, la rava e la fava, come si dice. E com’è che il podcast più seguito al mondo fa interviste che durano due ore e mezza? O che il New York Times ha 11 milioni di abbonati digitali?
Per carità, nessuno paragona le dimensioni di pubblico di un giornale, che parla dei grandi eventi mondiali, con quelle di chi si vuole passare il divertimento intellettuale di leggere una rivista di cinema. Ed è certo anche che fanno milioni di visualizzazioni i video dei gattini e la gente che urla; d’accordo, ma torno a prima: c’è un pubblico per tutto. Le cose, fatte bene e male, hanno un pubblico. E una rivista di settore, nei limiti del suo settore, può avere un valore. “Sarebbe bastato” vedere dove stava andando il mondo, capire quali erano le cose positive che aveva da offrire, e quelle negative da contrastare o, al peggio, evitare.
Temo di aver già fatto il danno: mi dispiace passare per quello arrogante che ha capito tutto, perché non ho capito nulla come dimostrano i numeri di questo progetto. Non è semplice e lo vedo sul nostro lavoro. Ma non è manco impossibile.
E se piuttosto che creare scontri sterili tra vecchio e nuovo, capissimo che i metodi di scrittura, analisi e approfondimento tradizionali possono perfettamente convivere – e anzi devono – con i linguaggi e gli strumenti del presente, che sono fluidi, mutevoli e non necessariamente conformisti, potremmo finalmente ragionare su come unirci e fare in modo che la qualità venga fuori sola.
Basterebbe smetterla di rimpiangere i tempi che furono e di dare lezioni di vita e cultura agli altri. Anzi, più a se stessi che agli altri.
Angelo Fortuna
Veloce veloce
Trump ha detto di voler introdurre dei dazi per tutti i film statunitensi che vengono prodotti all’estero. E anche pubblicato una sua foto vestito da Jedi, ma con una spada rossa.
Per i 35 anni di Twin Peaks, la serie sarà disponibile su Mubi dal 13 giugno. Netflix porterà 36 film di Hitchcock in un famoso cinema a New York, oltre a una dozzina di altri film legati al regista, da quelli che ha influenzato a quelli che hanno influenzato lui. Martin Scorsese sta producendo un documentario nato da un progetto voluto da Papa Francesco. Dentro ci sarà anche un’intervista tra i due.
Stasera ci saranno i David di Donatello, si potranno guardare su Rai 1. E ci siamo dimenticati degli uomini. Nel senso che quelli che sono stati candidati lo sono per dei “ruoli vecchi”.
Probabilmente a novembre vedremo il nuovo film di Yorgos Lanthimos con la solita Emma Stone. Guy Ritchie dirigerà Road House 2, il sequel del film d'azione con Jake Gyllenhaal. Ci sono poche cose più strane di Charli xcx protagonista e produttrice del nuovo film di Takashi Miike.
La Marvel ha spoilerato il finale del suo nuovo film con un cartellone pubblicitario.
Due consigli e poi ci salutiamo
Il dittatore dello stato libero di Bananas di Woody Allen (su Prime Video)
In questo periodo su Prime Video hanno messo diversi film di Woody Allen, alcuni anche più vecchi: tra questi vi consiglio Il dittatore dello stato libero di Bananas.
È un Allen ancora meno strutturato, più comicamente esuberante e fluviale di gag, ma allo stesso tempo irresistibile: fa molto ridere, a volte in modo un po’ caotico, e anche la sua parodia politica per quanto semplice funziona bene. Siamo nel 1971, infatti, e il Bananas del titolo è evidentemente un alter ego di uno stato qualsiasi dell’America Latina (ma in più momenti il riferimento esplicito sembra proprio Cuba con il suo Fidel Castro).
Ma la cosa più bella e inaspettata è un’altra: una comparsata di pochissimi minuti e assolutamente residuale di uno sbarbato Sylvester Stallone, che ancora non era né Rocky né Rambo ma solo un bulletto venticinquenne in una metropolitana non accreditato nei titoli di coda. Meraviglioso.
di Gabriele Mutatempo
Buon giorno di Yasujirō Ozu (su RaiPlay)
Invece io in questi giorni ho recuperato Buon Giorno di Yasujirō Ozu del 1959. Ho personalmente amato altri film del regista; un esempio fra tutti è Tarda Primavera. Ricordo come la chiusura, che sembrava quasi avvolta dal pentimento con il padre che china il capo verso il basso, mi commosse e mi lasciò in silenzio per un po’.
In Buon Giorno ho ritrovato una certa delicatezza nei modi, nei gesti e nelle parole. Quella delicatezza che solo Ozu riuscì a raccontare nel suo periodo e che in questo film, cala nella vita di due fratelli che, fingendo di andare ad un corso di inglese, sfruttano la televisione dei vicini per seguire un incontro di sumo.
Al fine di convincere i genitori nell’acquisto di un televisore, i due ragazzini fanno voto di mutismo.
Quello che Ozu fece in questo film, ma anche in altri, fu raccontare un Giappone che oggigiorno è raro trovare. Un Giappone che non è pronto al mutamento ma che anzi, vorrebbe rimanere fedele ad una certa tradizione. Il cambiamento che però sembra necessario, quasi a dirci che l’unico modo per ritrovare il dialogo, soprattutto con dei genitori più radicati alle origini, è quello di acquistare un bene materiale.
Se avete voglia di leggerezza ma senza subire passivamente la visione, questo può essere il film giusto. Lo trovate gratuito su Rai Play.
di Simone Marcolin
I saluti
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